Bimbi, ci ho 47 anni.

1 gennaio 2009 – 00:55

Faccio un brindisi col blog, dai, mentre aspetto che le due matte di Marzia e compagna riemergano dal concerto a cui mi sono rifiutata di andare e si infilino, stavolta con me, in non so quale festa di ’sto centro storico, ammesso che non mi addormenti prima.

Il brindisi di mezzanotte l’ho fatto, poco fa, con nientedimeno che la mia mamma in persona, da me prelevata l’altro giorno in quel di Napoli e trasbordata qui nella Superba, che ha passato il pomeriggio ad accoppare un’anguilla che mi pascolava a pezzi ma viva nel frigorifero. E ricordavo di averne già vissute, di scene simili, con pezzi di capitone che correvano per la mia cucina di Posillipo e io che aiutavo la mamma ad acchiapparli e poi cercavano di scappare dalla pentola. Mi è riemerso dalle nebbie dei ricordi di infanzia, ’sta scena, e poi dici che una non si impressiona per l’Eid. Ma ci credo che non mi impressiono, gessù.

Faccio un brindisi col blog dopo averne fatto uno per sms pochi minuti fa con un signore che è assolutamente sgomento per il fatto che io ne abbia uno, di blog, e non capisce perché mai io ci voglia scrivere sopra, e a cui mi sono ritrovata a dire, ieri sera, che no, non lo chiudo, ma che capisco la sua non comprensione del mezzo e glielo dimostrerò evitando di raccontare lui, d’ora in avanti e finché dura. E, con questa, la lista degli argomenti su cui mi autocensuro si è arricchita di un nuovo, significativo argomento. Finirò col parlare di briscola, qua sopra. Evvabbe’, brindiamoci su.

Non ho fatto uno straccio di auguri a nessuno, a Natale, se non alle persone che avevo sotto il naso.  Sono stata via dal pc, non ho risposto alle email e mi sono comportata da selvaggia. Ma la verità è che me ne frega poco, del Natale. Il mio Natale è Capodanno, ed è che so’autoreferenziale pure in questo. Trovo che sia adesso, il giorno di festa, ed è che comincio gli anni compiendone a mia volta, in mirabile sintonia con l’universo, e quindi ho appena fatto 47 anni (manca qualche ora, ma vabbe’) e mi piace dirlo, e devo pure dirmelo per memorizzarlo, sennò me lo scordo.

Ho 47 anni, e il bello di uscire con uomini più grandi è che a loro sembrano pochissimi, 47 anni, ed io sono felicissima di essere d’accordo con loro e gioco a fare la bimba con più entusiasmo che mai, ma ho 47 anni e forse dovrei spaventarmi ma non ce la faccio proprio, sto bene e basta. Ed è che mi piace proprio tanto, essere una donna, e scoprire che i modi per esserlo volentieri sono tantissimi, molti di più di quanto non sospettassi tempo fa. La vita è meno banale di quanto crediamo, tutto sommato.

Io ho un sogno ricorrente, lo faccio da anni in certi momenti chiave, sempre uguale. Sogno di vivere in una casa e di scoprire che, in questa casa, c’è una stanza nuova di cui non sospettavo l’esistenza. E mi guardo la stanza nuova, sorpresa e contenta di scoprirla più grande, la mia casa, ed è un sogno bellissimo che mi serve e mi accompagna, sta con me. E mi ricorda cosa è la vita, appunto, e le risorse che si hanno. Le mie stanze in più che vengono fuori quando mi servono. Ho l’inconscio amico, si vede.

Ha chiamato Marzia. Ora mi spennello un attimo la faccia, mi metto otto sciarpe ed esco.

Incrociamo le dita per questo 2009. Che sia clemente. Io le incrocio e penso a Gaza, ma a che altro si può mai pensare stasera? Penso a quel mare lì, e le incrocio forte.

State bene. E auguri.

Piccola contabilità del terrore (da Michelguglielmo Torri)

31 dicembre 2008 – 17:38

Ricevo dalla lista Apriti Sesamo e pubblico, ché non c’è niente da aggiungere.

Cari amici,
eccovi una piccola contabilità del terrore, basata su dati presi da due articoli di Rory McCarthy, pubblicati su “The Guardian”, entrambi in data 30 dicembre. Per vostra comodità li riporto in una tabella a due colonne. Non penso ci sia bisogno di commentarli: i fatti, in questo caso, parlano da soli; e spiegano anche chi, effettivamente, abbia rotto la “tregua”.
Cordialmente.
Michelguglielmo Torri

Caduti palestinesi Caduti israeliani
Giugno 2006: Operazione Summer Rain, in seguito alla cattura di un soldato israeliano: nel corso di due mesi viene ucciso un totale di 240 palestinesi 2000-2008

19 (diciannove) israeliani sono uccisi da razzi sparati da palestinesi

Novembre 2006: Operazione Autumn Clouds, un’attacco terrestre contro Beit Hanoun, comporta l’uccisione di almeno 50 palestinesi. Altri 18, tutti appartenenti ad un’unica famiglia, sono uccisi da una salva di artiglieria
Gennaio 2008: Un totale di 18 palestinesi è ucciso in un solo giorno nel corso di un’incursione israeliana contro al-Zaytoun
Febbraio 2008: truppe israeliane attaccano Jabaliya: circa 120 Palestinesi sono uccisi nel corso di cinque giorni
Dicembre 2008: Durante i primi quattro giorni dell’operazione “piombo fuso” vengono uccisi almeno 360 palestinesi

Totale (nell’arco di 3 anni) 806 Totale (nell’arco di 8 anni) 19

Gaza, e il bisogno di mantenersi lucidi

31 dicembre 2008 – 17:18

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A proposito di sostegno alla Palestina e/o sostegno ad Hamas. Da una parte c’è Abdel Nur che, giustamente, dice:

è necessario rammentare che non è questo il punto, oggi; ci fossero pure i cannibali, a Gaza, oggi non è questo il punto. Ci sono centinaia di persone già massacrate; migliaia ferite, e Dio soltanto sa cos’altro c’aspetta.
I distinguo, le digressioni, le recriminazioni, oggi sono comunque fuori luogo. L’unica cosa da dire è: “No”. Il tempo dell’analisi culturale era prima, e sarà, senz’altro, dopo. Non ora.
Ma Iddio sa meglio.

Dall’altra, e altrettanto giustamente, Femminismo a Sud sottolinea:

In questi giorni, perciò, state attenti alle azioni che appoggiate, ai comizi che applaudite, alle petizioni che firmate. Leggete quali gruppi li propongono e chiarite bene - se volete - che fascismo e la vostra lotta contro la politica di Israele, in qualunque modo voi la state compiendo – attraverso il volontariato, con la scrittura, con le petizioni, le manifestazioni, i presidi, i sit in, la raccolta fondi per il popolo palestinese, etc etc, non c’entrano nulla e non possono andare a braccetto insieme. O per lo meno abbiate chiaro che potete contaminare ogni luogo con i vostri contenuti solo se non perdete di vista i vostri obiettivi per sposare quelli altrui.

Io il cuore ce l’ho dalla parte di Abdel Nur, e mi basterebbe non essere in Italia per sentire mia fino all’ultima delle parole scritte da lui. Sono qui, però, e continuo a pensare che se quello che vedo in Italia è possibile - lo sfascio della nostra informazione, l’inesistenza della nostra opinione pubblica e così via - è ANCHE per la collezione di errori, alcuni in buona fede ma altri in scientifica mala fede, di chi sostiene o dice di sostenere, da noi, la causa palestinese. E, tra questi errori, c’è la confusione tra fondamentalismo islamico e Palestina, agitata a mo’ di esca avvelenata da Israele e dai suoi sodali e ingoiata con tutto l’amo da chi crede, o finge di credere, che stare con la Palestina voglia dire automaticamente stare con Hamas.

Io, lo ripeto per la millesima volta, credo che - fermo restando il diritto dei palestinesi di scegliersi i propri governanti, e fermo restando che i popoli non possono fare altro che costruire la propria storia e i propri esperimenti sociali in base alle circostanze in cui si trovano - la Palestina e il mondo arabo siano molto di più di un esperimento di ideologia politica a sfondo religioso. E credo che fare coincidere le due cose sia interesse degli opposti cantori dello scontro di civiltà - neoconi da una parte, invasati, idioti e rossobruni dall’altra - e NON SIA interesse della Palestina, né del mondo arabo in generale. E siccome questa non è una novità, ma qualcosa che ripeto da anni, mi piacerebbe dare per chiuso l’argomento, e lo farei se solo fossi - come vorrei, oggi più che mai - là anziché qua. Sono in Italia, invece. Maledizione.

E quindi vorrei tanto vederlo crescere, un vero spazio di lotta alla politica criminale di Israele contro la Palestina, ma non posso fingere di non accorgermi che questo spazio può esistere e contare qualcosa a condizione di stare attenti. Attenti a ciò che si sostiene, a ciò che si firma e che si appoggia. A condizione di mantenersi puliti, quindi, e di portare avanti con chiarezza un discorso che sia sempre e solo eticamente inoppugnabile, e di stare mille miglia lontani dal torbido.

E di zone torbide, purtroppo, nello schieramento dove io ho il cuore ce ne sono diverse. Dimenticarsene, persino oggi, è inutile e dannoso e nient’altro. E basta guardarsi attorno - tra le feste e i panettoni di Capodanno, mentre su una sponda diversa del nostro mare massacrano una popolazione in gabbia nell’indifferenza dei più - per capire che qui nessuno se ne può più permettere, di cose inutili e dannose. La Palestina merita di essere sostenuta - tutta, non un gruppo o l’altro - con chiarezza, limpidità e a testa alta, e in nome di valori un po’ più alti dell’esperimento politico del momento.

“La barbarie israeliana su Gaza”

28 dicembre 2008 – 23:39

Il titolo non è mio. E’ di un quotidiano civile di un paese europeo civile:

La barbarie israelí sobre Gaza deja al menos 271 muertos y más de 900 heridos

Naturalmente, quando la gente è informata in modo decente reagisce in modo altrettanto decente, e stamattina a mezzogiorno c’erano centinaia di persone davanti all’ambasciata israeliana di Madrid:

‘Zapatazos’ frente a la Embajada de Israel en Madrid

Da noi, le cose vanno un po’ diversamente:

Cari amici,
stasera Tzipi Livni, intervistata dal TG, ha dichiarato che Israele rispetta i civili non perché glielo chieda il mondo, ma perché fa parte delle sue tradizioni non uccidere civili. Naturalmente si tratta di una verità dimostrata in maniera inequivocabile dall’intera storia di Israele, da Der Yassin al massacro degli osservatori ONU nell’estate del 2006. Se non vado errato, nel Libano meridionale ci sono ancora le cluster bombs disseminate da Israele, in particolare negli ultimi giorni del conflitto, quando, ormai, non esiteva nessuna precisa giustificazione militare per il loro uso (questo del tutto indipendentemente dal fatto che, secondo le convenzioni internazionali, le bombe a grappolo dovrebbero essere usate solo in guerre difensiva).
Sono cose che tutti sanno (o che tutti dovrebbero sapere), ma che all’intervistatore del TG non è venuto in mente di contestarle al primo ministro israeliano. La Livni ha anche detto che Israele fa la guerra ad Hamas, che è un’organizzazione terroristica, di cui gli stessi civili palestinesi sono vittima. A me sembrava che Hamas avesse vinto elezioni democratiche di cui gli osservatori internazionali avevano documentato l’assoluta regolarità. Ma anche questo non è sembrato argomento degno di contestazione da parte dell’intervistatore del TG. Gli americani dicono che Israele si sta solo difendendo, e un esponente della nostra maggioranza ha dichiarato che il vero squilibrio è quello fra chi si difende (gli israeliani) e chi attacca (Hamas). L’Intelligence and Information Center (un organo di propaganda israeliano) nella sua ultima lettera circolare parla di  ”Escalation in the south”. In cosa consiste questa “escalation”? Nel fatto che “more than 60 rockets and mortar shells [have been] fired at the cities of Ashqelon, Netivot, Sderot and other population centers in the western Negev” (più di 60 razzi - ovviamente fatti in casa, anche se l’IIC non lo dice - e colpi di mortaio sono stati sparati contro varie cittadine israeliane) e che “Hamas dichiara la propria responsabilità nella maggior parte degli attacchi”. Sono attacchi che, come risulta dallo stesso rapporto, sono incapaci di produrre nessun danno reale, se non in casi assolutamente eccezionali, e che, nel corso dell’ “escalation”, hanno semplicmente danneggiato qualche edificio e a spaventato qualche bambino (accuratamente fotografato dall’IIC per documentare la ferocia dell’attacco palestinese). Gli israeliani, invece, secondo un articolo di Gulf News in data 28 dicembre, aggiornato alle ore 18,22, avevano in quel momento già ucciso più di 280 persone. Ma, poveretti, bisogna capirli… si stanno solo difendendo.
E, siccome nel difendersi sono assai scrupolosi, gli israeliani stanno ora ammassando le loro truppe corazzate ai confini con Gaza, in vista di un attacco terrestre. Anche qui bisogna capirli. Soprattutto bisogna capire la Livni che, dopo tutto, deve presentarsi a breve alle elezioni. Una gloriosa spedizione contro Gaza migliorerebbe senz’altro le sue prospettive elettorali. E, dopo tutto, Hamas non è Hizballah: non ha le armi di Hizballah, non ha l’organizzazione di Hizballah, non ha neppure la profondità strategica (per quanto ridotta essa sia) su cui può contare Hizballah. Questo la Livni lo sa e, quindi, questa è la ragione del massacro in corso. E’ il calcolo di un politico cinico e senza coscienza. Ma, in un certo senso, la si può anche comprendere, se non giustificare. Non si può né giustificare né comprendere coloro che le tengono bordone, ad esempio l’intervistatore del TG, l’Amministrazione americana, il rappresentante del nostro governo che parla di guerra asimmetrica. Quella in corso non solo non è asimmetrica, non è neppure una guerra: è solo un massacro di natura terroristica.
Michelguglielmo Torri

Di cosa parliamo, allora?

Della barbarie israeliana? Ma c’è ancora qualcuno che ha la forza di sorprendersene?

Della nostra ridicola informazione e della ridicola opinione pubblica che ne deriva? Ma perché, c’è ancora qualcosa da dire sul tema?

Dell’insipienza - a volte volenterosa, a volte strumentale e disonesta - di chi, da noi, si fa le pippe con un discorso filopalestinese schiacciato sulle posizioni di Hamas e privo di qualsiasi capacità di andare al di là delle prediche ai convertiti?

Non c’è niente da dire. Non più. Leggo e basta.

E invidio le energie di, chessò, un Carotenuto* che esprime del semplicissimo buon senso:

E’ ben difficile anche aver simpatia per Hamas, trogloditi razzisti e sessisti, e solo dei folli possono scambiare le sue organizzazioni clientelar-caritatevoli come progressiste.

Detto questo abbiamo ancora occhi per vedere. E vediamo la scientifica volontà di torturare un milione e mezzo di persone a Gaza fino a renderle pazze di disperazione, di odio, di fame. E prima ancora abbiamo visto la scientifica delegittimazione di Fatah e Arafat proprio per favorire la consegna dei palestinesi ai loro peggiori umori, rappresentati da Hamas.

Se riduci un popolo di un milione e mezzo di abitanti a cercare da mangiare nella spazzatura rinchiudendolo nel più rigido embargo della storia per dare una spallata di più alla classe dirigente di questo e renderlo pronto all’esodo, alla diaspora come liberazione, non sei la vittima del lancio di razzi, per quanto folli essi siano, ma sei il carnefice.

O di Georgiamada che ha recuperato la vignetta di Omayya:

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E, davvero, so pensare solo: “Beati loro, che ne hanno ancora la forza.”

*P.S. Vedo che quel disonesto imbecille di Miguel Martinez polemizza con la frase di Carotenuto su Hamas citata da me. Ora: fermo restando che qui non abbiamo alcuna voglia di capire “le ragioni dell’ebreo di Masada”, ché mi pare che ci siano cose più reali e urgenti da capire, il trucchetto retorico con cui Martinez rigira la frase in “trogloditi arabi” se lo può pure ricacciare nei denti.
Hamas E’ OGGETTIVAMENTE una poco simpatica accolita di trasformatori della religione in ideologia e il rimbambimento religioso dei palestinesi, con le donne travestite da saudite e il divieto per i non musulmani (in Palestina!!!!!) di mangiare in Ramadan e tutte ’ste stronzate non possono fare piacere a nessuna persona sensata.
Rimane il fatto che Hamas ha tutto il diritto di governare il popolo che l’ha eletta e rimane il fatto che la priorità per la Palestina è, comunque, la sopravvivenza.
Mi pare evidente.
Ma tra difendere la Palestina, la resistenza palestinese e la legalità, e farsi piacere Hamas di per sé, direi che c’è una differenza e bene ha fatto Carotenuto a segnalarla.

Con buona pace di chi, dal calduccio italiano, finge che essere dalla parte dei palestinesi ed essere dalla parte del rimbambimento ideologico-religioso sia la stessa cosa.
Mi pare che ’sta gente, di danni alla causa palestinese, ne faccia decisamente troppi.

Cascare sul morbido

15 dicembre 2008 – 22:35

plaid

Essendo entrambi sprovvisti di manuale di accompagnamento, tocca arrangiarsi: “Ma tu come sei?” “Non ne ho la più pallida idea!” “Allora vediamo: cosa dice di te tua figlia?” “Dice che sono egocentrica. E tua moglie cosa ti rimprovera?” “Ah, di averle rovinato la vita.” E rimaniamo un po’ in silenzio, cercando con la memoria qualche sponsor capace di apportare testimonianze più invoglianti sulle nostre caratteristiche, possibilmente senza ridurci a citare la mamma.

Mi guarda sospettoso: “Non vedrai mica in me una figura paterna, vero?? No, ma non credo: un padre ce l’hai, è presente, lo senti ogni giorno. Non è quello che cerchi, ne sono certo.” E una si fissa le unghie cercando disperatamente di farsi venire in mente cosa diamine ci sia mai da cercare, in un uomo, se non la figura paterna. L’alternativa è dirgli qualcosa del tipo: “Credo che esporsi periodicamente ai feromoni maschili abbia un effetto benefico sull’equilibrio chimico dell’animale femmina, e quindi miro ad annusarti con una certa regolarità“, ma è che sono concetti che vanno espressi con garbo e attraverso qualche metafora: “Hai degli occhi molto belli“, tipo. E ci si addentra un po’ a tentoni in queste confidenze serali, quindi, annaffiate dal vino che lui prende in Sottoripa prima di salire da me e che ha la duplice funzione di abbassare gli spigoli di entrambi e di deporre, la mattina dopo, una pietosa cappa di oblio sulle cazzate dette la sera. E pensi che le abilità richieste ad un uomo cambiano, nei diversi momenti della vita: arriva un momento in cui non te ne frega più molto, della massa muscolare di chi ti gira per casa, ma sai che lo butteresti giù dalle scale se arrivasse col vino sbagliato. Non per altro, ma perché lavorare col mal di testa, la mattina dopo, te lo farebbe odiare.

Se c’è una categoria di uomini domestici e propensi a fare tana ovunque si poggino, quelli sono i separandi. Perché ancora non hanno scoperto le virtù della scapolaggine e ne affrontano, invece, solo l’improvvisa scomodità, unita a quella puntina di freddo notturno a cui non sono abituati ma che presto impareranno a tenere a bada con una coperta in più, che è tanto meno ingombrante di una intera femmina a cui badare anche da svegli. Prima che imparino, però, tendono a tirare fuori il plaid che è in te: operazione non difficile, nel mio caso, ché noi donne pigre ci identifichiamo benissimo nel ruolo di termocoperta e specie d’inverno, anzi, non vorremmo fare proprio niente altro. Questo mi fa pensare che l’inverno sia la migliore stagione per separarsi e cercare riparo altrove, da un punto di vista maschile: il gelo fuori dall’uscio di casa rende paciosa e accogliente qualsiasi donna sensata, ché a far casino ci penseremo col disgelo.

(Dicono che Genova cominci ad essere soleggiata già a Gennaio)

Da ragazzini

8 dicembre 2008 – 17:08

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E’ un numero sconosciuto, dico “Pronto?” e mi fa: “Fulvia?” E io: “” e lui: “Ciao. Smilzo.” E a me è venuto un colpo: “Che è successo?” Ed è una domanda legittima, se Smilzo è il soprannome che gli davamo a 16 anni e, da allora, ci siamo visti una volta ogni 10 anni, più o meno, e l’ultima è stata 10 anni fa.

Che è successo?“, e il cuore ce l’ho nelle orecchie, praticamente, ed è che la gente dei miei 16 anni è un enorme pezzo della mia identità nonché il meno condivisibile, ché su certe cose ci si riconosce dall’odore, come diceva una canzone del tempo, ed è un pezzo di me e di loro che esiste perché ci ricordiamo a vicenda, ché sennò ci parrebbe di avere sognato. L’idea che succeda qualcosa lì, in quell’ambito, mi è insopportabile.

Niente. Sei a Genova? Quasi quasi ti verrei a trovare, domani, ché Genova non la conosco proprio.

Mi piace quel modo napoletano di trascinare le parole, la cantilena tranquilla e sorniona della mia città. “Ok, ci sono, chiamami quandi arrivi. A domani.

Ha portato con sé un nuovo amore a cui voleva fare conoscere un po’ del suo passato, e c’era del narcisismo da reduci nel nostro raccontarci e ridere davanti a questa ragazza tanto più giovane e con gli occhioni giganteschi, di una generazione tanto lontana e diversa. “Avevamo 16 anni ed eravamo tremendi. Assurdamente terribili anche per l’epoca, un gruppetto di mine vaganti sicuri di morire prestissimo e lanciati come schegge ad accumulare tutte le emozioni, tutte le esperienze, ogni possibile storia da raccontare con una fretta che pareva di stare in un uragano, e le cose erano così tante che non le ricordiamo manco più, abbiamo in mente degli sprazzi, tutti slegati.” “Anche tu?” “Sì, ed è difficile da fare capire a chi ti ricorda, questa mancanza di memoria che è venuta dopo.

Andare a Napoli vuol dire vedere facce, sentire nomi che SAI che hanno fatto parte della tua vita ma non ricordi quando, non ricordi le storie. E loro ti ricordano, invece, e tu sei mortificato e ti senti monco, ché sai anche che ha uno spessore, ciò che dovresti ricordare a proposito di quella faccia, di quel nome, ma chissà in quale nebbia è finita, quella storia, e puoi solo sperare di recuperarla attraverso il racconto di chi non l’ha scordata.

Erano troppe, le storie. E’ durato un sacco di tempo, avere 16 anni. E 17, 18. Sono anni durati un’infinità.

Te lo ricordi, Ragno? Ho saputo che ha ucciso suo fratello con un’ascia e poi ha cercato di farlo a pezzi nella vasca da bagno.” Un sacco di morti, e di tanti hai dimenticato persino che sono morti, continui a pensarli vivi e, ogni volta, è un dolore riscoprire che non lo sono e ricordarne i capelli, il giubbino, il sorriso.Talmente irreale, la morte da ragazzi. Penso a Dario. Non me lo ricordavo più, che era morto. Ricordavo solo che mi voleva bene.

Ho chiamato Vittorio per raccontargliela, questa cosa di Ragno,  e lui si è agitato moltissimo ed è che non mi ricordavo più che ha avuto un infarto e non dovrebbe agitarsi e quindi ho cercato di tranquillizzarlo: ‘Vitto’, vabbe’, ma è una cazzata, non prendertela…‘” E ridiamo sentendolo familiare assai, il nonsense di dire: “Vabbuo’, ma è una cazzata…” di fronte a uno che fa a pezzi il fratello con l’ascia. Lo stesso nonsense che ci affascinava da piccoli, l’eterno bisogno di dissacrare.

Dice: “Ma perché eravate così?” Alziamo le spalle. Era per la pesantezza dei fratelli maggiori, tutti quei loro ideali presi così sul serio, quei sogni senza sbocco. Nichilismo, era ciò che c’era da opporre. E ingordigia di vita, prima che finisse il tempo. Ed è che il tempo stava per finire, infatti: non il nostro tempo individuale - non sempre, ché io e lui siamo vivi, per esempio - ma il tempo in cui essere ragazzini autorizzava a pensare di potere fare del mondo qualcosa di diverso. Noi lo sentivamo, che i fratelli grandi non avrebbero cambiato nessun mondo, sarebbero invecchiati e basta. E, probabilmente, ci parve che morire fosse un’alternativa più onorevole, più dignitosa. Eravamo testimoni della fine del mondo e ci comportavamo di conseguenza, direi che è tutto qua.

Poi i viaggi, l’andare a vivere altrove, i divorzi e i figli che sono tutti bravissimi ed è che nessuno di noi - proprio nessuno - ha avuto, da genitore, gli stessi soprassalti che noi abbiamo dato ai nostri. Abbiamo messo al mondo una sfilza di ragazzi modello, tutti quanti. Ne siamo increduli. “Vabbe’, i figli si devono sempre differenziare…” E il seguirsi da lontano nei giri che fa la vita, ché essere di Napoli vuol dire trovare sempre, ovunque, qualcuno che conosce qualcuno che conosci, e al Cairo c’era un’amica di lui e sua figlia è amica del mio caro amico e tutte ’ste cose che apprendi col tempo, che succedono a prescindere da te. E’ fatta così, la mia città: un reticolo di semi-parenti.

E la facilità con cui si ride e quell’inquietudine che non passa mai, la stessa dei 16 anni. La fame, l’ingordigia di storie da accumulare, l’impossibilità di esserne sazi.

Meno male che almeno ci sono i blog, adesso, e le cose non puoi più scordarle, ne tieni traccia.” “Pfui, i blog…

Hai poco da snobbarli, credimi. Se lo avessi avuto allora, un blog, voi tutti mi paghereste oro per sapere cosa c’è scritto dentro. Per sentirvi raccontare le vostre vite.”

Ci portiamo dietro un’adolescenza incapace di finire perché ha sbagliato strada: si è annidata nei desideri, anziché nella memoria.

Padre eterno

6 dicembre 2008 – 18:21

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Io: “Mah, stasera c’è SMP che mi porta a Nizza a mangiare la bagna cauda, ma non è la Nizza col mare ma l’altra.

Mio padre: “Eh??? Nizza Monferrato?? Ma c’è la nebbia, ma cos’è questo nuovo pazzo che ti sei trovata??? Prima ti porta a vedere la grandine e mi passi una settimana raffreddata, adesso c’è la TV che sta dando un allarme nebbia in tutto il nord e quello ti porta a Nizza Monferrato???? Ti proibisco di andare!!!

Io: “Ma la bagna cauda…

Lui: “A te non piace la bagna cauda!! Te lo dico io, lo so!! E’ una robaccia con le acciughe che non piace a nessuna persona normale e comunque i piemontesi non sanno cucinare!! Sanno fare solo i fritti e, infatti, poi li rovinano mettendoci dentro le mele! Stai lontana dal Piemonte!! Vai alla trattoria sotto casa, ché sei ancora raffreddata e lo sbalzo di temperatura tra la macchina e l’osteria del Monferrato può esserti fatale, e comunque c’è la nebbia ed è un anno bisestile, aspetta che passi questo scorcio di dicembre prima di affrontare la nebbia, e poi si è capito dal giorno della grandinata, che quest’uomo ignora le previsioni del tempo!!!!

Io: “No, è che è un tipo atletico, il clima non lo spaventa…

Lui: “E si facesse una bella corsa per i vicoli, invece di portare te nella nebbia!!! Digli di farsi una corsa e poi andate a mangiare! Ma è possibile che non posso stare mai tranquillo???

E adesso sto immaginando che lo chiamo e gli dico: “Senti, non posso venire a Nizza Monferrato perché c’è la nebbia e mio papà non vuole.

Poi dice che una sa sorprenderli, gli uomini.

Un pesce di nome Haramlik

1 dicembre 2008 – 22:18

Io sono come la tizia del film, con la differenza che a me basta sentire un “Belìn!” per pensare: “Cielo, sono tua!” e crollare tra le braccia del perplesso genovese che ho di fronte.

Il risultato è che, archiviato lo Scienziato, sono appunto crollata tra le braccia del perplessissimo Signore Molto Perbene (d’ora in avanti SMB) che essendo genovese assai, come dicevo, affronta con immenso garbo l’implausibilità di questa liaison con la sottoscritta spettinata signora che lo affumica di Marlboro e non si capisce manco come si chiami (”Scusa, ma alla fine non ho capito se ti chiami Lia o Fulvia...”) e, per trarsi di impaccio, mi porta a vedere le bellezze liguri e a mangiare cose con dentro i pinoli e quindi ieri siamo andati a Ponente a vedere la grandine e a mangiare in un posto che sembrava una baita di montagna ma era macchia mediterranea, tutto quel verde, e il bianco non era neve ma, appunto, chicchi di grandine su cui si scivolava che era una bellezza, sui tacchi, ed è che mi devo mettere in testa che avere i tacchi, a Genova, è come avere la macchina: tutto troppo impervio, non lo so fare.

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Sta di fatto che questo signore, oltre a dire “Belìn” in modo irresistibile, fa una vita sanissima, non fuma e fa sport e il risultato è che, dall’alto del tocco di anni che ha più di me, mi ha appena spedito il seguente sms: “Non capisco: ogni volta che ci vediamo finisce che tu dormi due giorni per recuperare. Pensavo che forse dovresti fare una vita più salutare…

Perché, in effetti, se mi si porta in giro per osterie in centro storico, io il giorno dopo sto benone. Sono le gite all’aria aperta e fumando poco, ciò che mi stronca. E quindi rieccomi a letto febbricitante e col mal di gola, a pensare che non ci ho il fisico e che così non si può andare avanti: è tutto l’autunno che sono un catorcio ed ogni attività mi pare un’interferenza con ciò che realmente dovrei fare, ovvero starmene in letargo e svegliarmi a primavera. Solo che, ovviamente, il mondo si aspetta che io mi comporti da donna, non da marmotta, e comunque non è socialmente opportuno dire al signore che ti piace: “Ho uno splendido progetto per oggi: teniamoci per mano e dormiamo!” Non verrei capita, lo so.

E quindi, niente: mi lascio portare a vedere grandini e mareggiate, poi mi ammalo, poi guarisco, poi mi torno ad ammalare e così via. E a tratti li guardo un po’ in cagnesco, questi autoctoni: “Se fossimo nel deserto sarei più resistente io“, penso. Poi mi abbottono meglio il cappotto.

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Miguel Martinez: professione infangatore

23 novembre 2008 – 17:00

I casi della vita: ieri ho pubblicato il link al vecchio sito in cui Miguel Martinez si fingeva tale Francesca Russo per prendersela col suo ex amico Palazzi. Poi vado a vedere, ché era da un po’ che non passavo da quelle parti, e lo ritrovo a usare gli stessi metodi di sempre:

Prima:

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Dopo:

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Ed è sempre così: lui non ha mai niente contro Tizio o Caio, ovviamente, ma poi non perde occasione per infangarli nascondendo sempre, molto virilmente, la mano con cui tira le pietre. O celandosi dietro falso nome, o fingendo di stare perseguendo qualche causa nobile che poi, a un più attento esame, si rivela puntualmente uno dei vari tentativi di business andati a male, suo o del suo clan.

Ora: io non so chi sia questo Franco Londei e non ho comunque una grandissima opinione delle ONG, in generale.  Prendo atto che esiste un sito che muove forti critiche all’ONG guidata dal Londei in questione e altro non saprei. Manco me ne frega moltissimo, a dire il vero.

Però so chi è Miguel Martinez, in compenso, e lo spettacolo di viscidume che sta andando in onda da lui mi è così familiare, per esserci incappata a mia volta e per averlo, anzi, inaugurato come modus operandi del Martinez nella blogosfera, che due parole mi sentivo di spenderle. Anche perché può persino darsi - mica dico di no - che fare chiarezza sulla tale ONG sia una buona causa. Ma le buone cause, strumentalizzate da gente simile, tendono a fare brutte fini.

E comunque, e a prescindere: tanta ipocrisia dà il voltastomaco, davvero.

Miscellanea domenicale

23 novembre 2008 – 15:21

Primo: a Genova c’è un sole da paura e questo blog è sceso a fare la spesa (sì, qui la domenica si può) e poi si è abbronzato fino ad ora in piazza Erbe davanti a un aperitivo e al suo libro, felice di stare al mondo.

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Nel mentre, rifletteva sul Signore Molto Perbene che ultimamente fa capolino da ’ste parti. Questo blog non è molto sicuro di avere sufficienti argomenti di conversazione con un Signore Molto Perbene, e pensava quindi di dirgli qualcosa del tipo: “Senti, ascolta, parlami del tuo lato trasgressivo: vorrei che me lo esponessi in un minimo di 10 righe e in un massimo di 30. Se prendi 6 ci fidanziamo. Sono di manica larga, stai tranquillo.” Questo blog, d’altro canto, rifletteva sui saggi consigli dei suoi amici autoctoni che la esortano spesso a non spaventarli, i Signori Molto Perbene genovesi. Solo che si annoia da morire, questo blog, se non li spaventa almeno un po’. Il pensiero successivo di questo blog è stato quello di prendersi un cane. Un mastino napoletano maschio, per l’esattezza.

Secondo: in realtà è incappata in un cucciolo di mastino, stamane, questo blog. E, per le due ore successive, ha sospirato. Nel senso che io ci faccio una malattia, per ’sto cane. Da quando me lo mise in mente Giovanni Giani, non mi è passata più.

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Poi no, è chiaro, sto scherzando: è una specie di macchina per uccidere, un mastino napoletano, e non è che lo si possa lasciare a un’amica quando si va via per il weekend. E’ fatto per gente stanziale e col giardino, non per trottole con la mansarda. E allora sospiro e basta. Ma che bellissima bestia, gessù. E che bello, essere amate da uno che prende e sbrana chiunque ti si avvicini. Il che mi riporta all’eventualità di fidanzarmi con un Signore Molto Perbene, e penso che in realtà mi ci vorrebbe un Mastino Napoletano bipede, a me. Altro che Signori Molto Perbene. Quindi non è che voglia proprio prendermi ’sto cane, io. E’ che voglio un fidanzato che gli somigli. Vedi, che a scrivere sul blog una si chiarisce le idee?

Terzo: non potendo prendere cani - e prendendo sempre fidanzati improbabili - compenso prendendo un sacco di lampade egiziane affinché mi illuminino, e quindi mi sono finalmente decisa a fare appendere l’ultimo acquisto che era da Agosto sul pavimento, così:

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Adesso invece è al suo posto e so’ fiera di me e di lei, e della scritta che si illumina e dice: “I tuoi occhi sono più luminosi di questa lampada“, e così ci ho pure la lampada che mi fa i complimenti, in camera da letto. Poi non dire che non sono ingegnosa.

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Infine: in un momento di sconsiderata autococcola, questo blog si è comprato il Nokia N78. Sì, l’ho fatto, non ditemi niente. Ed è che volevo fare le foto, sentire la musica, guardare le email e telefonare, queste cose qui. E quindi ho pensionato la vecchia ciabatta e adesso ho questo, come dicevo. E mi chiedevo quale abbonamento fare, ché con le schede finisce che spendo un sacco di soldi al mese, ormai è assodato, e quindi forse è più pratico un abbonamento, appunto. Quindi: se qualche gentile commentatore ha consigli saggi e morigerati, non sia timido e li condivida.

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Sennò finisce che entro alla Tim e, come un’imbecille, esco con l’abbonamento più costoso, so’ sicura.