Il giorno che feci spatasciare la mia banca

4 September 2008 – 16:33

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Allora: essendo questo un blog privo di tabù, oggi si parla del mio conto in banca.

Io, dunque, ho uno stipendio da prof: 1400 euro al mese. Considerando la mia anzianità di servizio dovrei guadagnare di più, ma sono in fervida attesa di una cosa che si chiama “ricostruzione della carriera” e che ci mette circa due anni ad arrivarti, dal momento in cui la legge ti autorizza a chiederla. Io non l’ho ancora avuta, e questo vuol dire che lo Stato, prima o poi, mi pagherà un aumento e i suoi arretrati. Ma è dal giorno che ho iniziato a lavorare, che mi tocca aspettare secoli per essere pagata, quindi ho imparato a gestirmi l’attesa con spirito paziente. Un giorno avrò tutti i capelli bianchi. Un giorno sarò in Africa a lavorare. Un giorno sarò nonna. Un giorno avrò la ricostruzione della carriera.

Poi, siccome sono una sconsiderata, ho un fido presso la mia banca. La quale, per inciso, mi sopporta pazientemente da oltre 20 anni in cambio di un salasso trimestrale che terrorizza tutti quelli che incappano nell’analisi dei miei conti ma che lascia serenissima me che sono, appunto, una sconsiderata. E il salasso mi arriva perché vivo in pianta stabile annidata nel mio fido, con periodiche incursioni nello sconfinamento.

Poi, ogni tanto e per imperscrutabili motivi legati alla politica della banca in questione - o ai casi dell’economia mondiale, non ne ho idea - essi decidono che non sta bene che una signora sconfini e mi ingiungono di rientrare.  Sono i momenti in cui una medita sulla difficoltà del vivere, questi, giungendo a profondissime riflessioni che, disgraziatamente, non placano i pragmatici direttori determinati a testare la mia inventiva nel recuperare fondi. Ed è che, si sa, difficilmente un direttore di banca è un uomo di lettere. Essi amano i fatti, più che le riflessioni, e il cielo sa quanta fatica mi costi fare violenza alla mia natura e accontentarli, quando ciò avviene.

A luglio scorso, tuttavia, ricevetti la visita di una cara amica che, essendo a sua volta pragmatica, ebbe l’illuminazione di rendermi edotta dell’esistenza di una cosa che si chiama “prestito Inpdap”. Eravamo sugli scogli di Pieve Ligure, non lo dimenticherò mai. Sono i momenti di svolta di un essere umano, quelli. Lì, con la ciccia al sole e il mare blu sotto di me, seppi cosa intendevano tutti coloro che considerano vantaggioso essere pagati dallo Stato. Il prestito Inpdap, gessù. Ma avete visto il tasso? E’ una cosa meravigliosa, io non ne avevo idea.

Corsi quindi a chiederne uno, spiegando al signor Stato che in esso sarebbero confluiti tutti i due o trecento debiti accumulati negli anni con la banca e che, così facendo, una nuova erà di prosperità ci avrebbe arriso  e tutto sarebbe andato bene. Felice e fermamente inserita in un circolo virtuoso di risanamento bancario, me ne andai poi a lavorare in quel del Cairo ad agosto, riuscendo nell’impresa di essere l’unica italiana a compiere a ritroso la via mediterranea dell’emigrazione. E poi sono tornata e, subito, ho chiamato l’Inpdap, ente che ormai assorbe ogni mio pensiero come nessun uomo ha mai saputo fare.

Buongiorno. Ho chiesto un prestito a metà luglio, mi avevate detto che me lo avreste dato dopo 60 giorni, è pronto?

Uhm, sa, abbiamo un problema al nuovo sistema operativo, provi a ricontattarci più in là.”

Argh

Per farla breve ho appena parlato con la mia banca. Gli ho detto che avrei sconfinato un attimo, questo mese,  ma di essere fiduciosi perché poi arrivava lo stipendio, poi il fido, poi tanta allegria e un futuro migliore. E, intanto, dall’altro capo del telefono si udiva un ticchettar di calcolatrice.

Ma, scusi, il suo stipendio corrisponde esattamente all’ammontare dello scoperto che mi sta dicendo di prevedere!

Non me lo ricordi…

Ahahahah! No, non è che voglia infierire, ma è proprio lo stesso importo!” E mi si è sganasciato, il direttore. Era proprio divertito, gli è parso buffissimo. “Va bene, ma sia prudente con le prossime spese (ahahahahaha) e quindi aspettiamo (uaz uaz uaz) l’Inpdap e certo che le cifre (ihihihihihihi) sono quelle che sono e comunque stia bene, la saluto (ahahahahaha)

Grazie, arrivederci…“, ho detto io.

E quindi adesso mi siedo e aspetto l’Inpdap, appunto. Però, nel frattempo, straccio anche il memo con cui mi ripromettevo di chiudere il conto con loro, non appena avessi avuto i miei soldini nuovi. Perché pensavo di darmi a un ContoPosta senza spese e senza fido, in realtà, in modo da genovesizzarmi con le cattive, visto che con le buone non ci riesco, e da essere obbligata alla salute finanziaria da ’sti truci postini capaci di chiuderti i conti e mandare al macero te e la tua Visa se solo sfori di un euro. Mi avrebbe fatto bene, pensavo, nell’entusiasmo francescano che mi aveva preso all’idea di avere un inedito “+” davanti al mio saldo.

Ma adesso, mi pare evidente, non posso più. Io non resisto davanti a chi ride. E’ il mio punto debole, proprio. Ed è che ero preparata a una lotta, quando ho chiamato. Non a una risata. E quindi, spiazzata e disarmata, so che me lo terrò, ’sto conto che mi costa un botto e che mi fa indebitare sempre. Ed è che, dai, come faccio a chiuderlo? Un direttore col senso dello spirito, dove mai lo ritrovo più?

“La manina. Così. Per volersi bene.”

3 September 2008 – 02:23

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Gli piombo nel locale (per fortuna non era ancora l’una e la Vincenzi non mi aveva ancora condannato a rincasare)  e mi lascio andare, felice di farmi accogliere dal suo divertito sguardo amico: “Gessù, che roba terrificante. Questo mi voleva fare le carezzine sulla mano e si è offeso perché non mi prestavo…” E lui, che conosce il mondo: “E ti ha detto che la voleva solo per amicizia, la tua mano, vero?” E io: “Esatto. Per contatto umano. E che ero strana io a dire che, se mi metto a farmi carezze sulla mano con un tipo conosciuto ieri sera, è per andarci a letto, non per contatto umano. Si è pure offeso…” E lui si sganascia e mi offre un vino rosso, ché ce n’è bisogno per riprendersi.

Dice: “Certo che ce ne è, di coglioni. Ma pure tu, ci hai un radar…”

Mi difendo: “Ma scusa, pareva intelligente: c’è gente che compra i suoi libri, che ne ascolta le lezioni. Come potevo pensare che mi scivolasse sulla Teoria dell’Affettuosità via Mano???” E lui: “E’ che tu non vedi il Cretino che si nasconde dietro questi tipi: e non è manco la prima volta che ti capita,  pure il tuo improbabile musulmano aveva un seguito. Li collezioni o cosa?”

Io però continuo a pensare che fosse intelligente, a modo suo, e poi a me i tizi improbabili intrigano, che ci devo fare: questo, per dire, ha passato tutta la serata di ieri a dirmi che era napoletano, di Mergellina, e a parlarmi con un accento che era dieci volte il mio. Poi stasera, indispettito perché non gli cedevo la mano, mi fa: “E comunque io non sono di Napoli. Non ci sono mai stato, anzi. Il dialetto l’ho imparato sui film di Totò, ma io sono nato e vissuto a Genova.”

Dicevo, io, che mi pareva un accento più di Torregaveta che di Mergellina. Comunque per poco non gliel’ho mollata, la mano, a quel punto. Dai, uno che passa la serata a parlarmi della sua infanzia mergellinese senza esserci mai stato, e poi chissà perché… E’ un genio, pensi tu. Che altro vuoi pensare?

No, ma guarda che è piena di tipi strani, Genova. Davvero, giuro. Una si diverte assai, abbi pazienza.

Solo che io ci ho il limite della mano, che vuoi da me.

Puoi zomparmi addosso. Puoi prendermi per i capelli, puoi fare Tarzan contro Cita, puoi inoltrarmi domanda di pernottamento in carta bollata, puoi sedurmi come vuoi tu. Ma la manina dopo cena, no. Non la reggo. E’ più forte di me. Se è accompagnata dal “è che mi piace avere un contatto e il sesso non c’entra”,  poi, è che mi prende un malore. Direttamente. Non la posso sopportare.

E poi un’ora a offendersi perché non gli davo ’sta caspita di mano. Che chissà cosa andavo a pensare. Che come potevo associare al sesso la sua innocentissima richiesta di un mio arto a noleggio. Che lo deludevo, associando la cessione di una mia mano ad altre e più esplicite cessioni. Che quanto ero malpensante, e quanto era innocente lui.

Ecco: io non li posso sopportare, gli approcci così. Posso calarmi dalla finestra pur di fuggire, se mi chiedi in prestito la mano dopo cena. Mi chiedessi una scapola, l’ombelico, un sopracciglio, potremmo ancora discutere. Ma la mano per scambiarsi vibrazioni di fratellanza universale, no. Io lì mi fermo. E la prendo proprio male, tipo che dopo mi devo purificare, devo fare riti di cancellazione, mi angoscio. Letteralmente. Mi successe uguale con uno in Egitto, e fu terribile: “Lasciami salire a casa tua. Giuro che ti bacio solo una spalla e poi me ne vado.” No, ma dai. Ma che gli prende, agli uomini, certe volte? Ma non si rendono conto che ti fanno venire solo voglia di scappare urlando, se fanno così?

Ed una è gentile e reprime il grido ed esala, piuttosto, un “Be’, io andrei…”

E il paladino della fratellanza universale e dello scambio disinteressato di arti: “Stronza.”

E una rincasa, pensa a Scienziato suo e si dice: “Be’, aveva tanti difetti ma non ha mai tergiversato sulla mano, bisogna dargliene atto.” E le pare un campione di capacità seduttive, Scienziato suo, rispetto a questo qua di stasera, e pensa: “Uff, Scienzi, se solo fossi meno matto, tu…”

Secondo me, ciò che mi ci vuole è un sano camallo.  Con un peschereccio. Io e lui andremmo a pescare sardine, nella notte, e saremmo felici. Se NON me la chiede gli mollo pure una mano, tra una sardina e l’altra. E tutto il resto appresso. Basta che non me la chieda. O, se proprio deve, che lo faccia con molto, moltissimo spirito. E non “per volerci bene”, gessù, ché nulla è più nobile di una sana fame, consapevole e manifesta.

Ci abbiamo un’età, ci abbiamo. Eccheccavoli.

Ordine e disciplina: le belle pensate di una giunta di sinistra

30 August 2008 – 08:50

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 Lunedì 4 agosto 2008 è entrato in vigore un nuovo regolamento varato dal Comune di Genova sugli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali. Tra i punti dell’ordinanza, spicca l’obbligo di chiusura anticipata dei locali del centro storico: all’una l’ultima somministrazione, all’una e mezza la chiusura. Per le serate di venerdì e sabato (ma anche prima delle festività), l’orario limite è posticipato alle due di notte.

Bene: questo geniale provvedimento - fino ad ora lo avevo rimosso dai pensieri per non rovinarmi il rientro ma, insomma, c’è e si nota - è destinato a peggiorarmi di moltissimo l’esistenza, e sono furiosa oltre che dispiaciuta. “Ma non si può protestare?” ho chiesto, quando un po’ di gente sconsolata mi ha dato la notizia. “E chi protesta, ormai?“.

Per arrivare a casa mia bisogna attraversare una serie di vicoli dimensione-budello percorribili solo a piedi e francamente inquietanti, se non c’è nessuno in giro. Tutte le volte che mi è stato chiesto: “Ma non hai paura a vivere lì?” ho sempre risposto che non c’era nulla di cui avere paura: “Ma va’: è pieno di locali e di gente, sono tranquillissima“. Adesso, l’altra sera, ho sperimentato il rientro dopo l’ordinanza del sindaco: un deserto, appunto. Io e i topi, e io che mi sbrigo ad aprire il portone il più in fretta possibile con la certezza - ma la certezza, proprio - che mi succederà qualcosa, prima o poi, in mezzo a ’sto deserto. Non è statisticamente pensabile che una donna sola possa attraversare una serie di budelli bui, ogni volta che rincasa, e uscirne incolume. E pensa che è stato possibile grazie alle “norme sicurezza”, un provvedimento simile.

Il mio palazzo è ricoperto di impalcature, lo stanno ristrutturando. Nel budello in salita che lo costeggia, le impalcature formano una specie di nicchia dietro cui si infilano i tizi che commerciano in bustine, quelli che devono fare pipì e, in generale, chi si vuole nascondere. Mi è capito di trovarci qualche faccia da galera, lì dietro, imboccando la salita. Ma 20 metri più sopra c’era il locale che ho sotto il portone, e i ragazzi che ci lavorano dentro erano lì a guardarle in cagnesco, le facce da galera, ed io passavo tranquilla e poi glielo dicevo: “Cavoli, meno male che ci siete voi qui sotto, ché sennò mi spaventavo sul serio, guarda.” Be’, adesso il locale è chiuso, quando rientro da una cena o dai cavoli miei. Fantastico. E, appunto, manco un taxi posso prendere. Non ci passano le macchine. A piedi, devo farmela, e per un bel pezzo.

Non so cosa hanno creduto di fare, con questo provvedimento che pare pensato da gente che, le strade del centro storico di sera, le ha viste solo dalla finestra. Eppure bastava passeggiare, a una certa ora, nelle zone dove ci sono i locali e, subito dopo, in quelle dove non ci sono: nelle prime non lo sentivi, il brividino che ti ispirano le seconde. Non ci hanno pensato, i “residenti che vogliono dormire?” Ma dai.

Benone, chiudono i locali. Questo vuol dire che, in strada, rimarranno solo quelli che non ci vanno, nei locali, ma non per questo vanno a dormire. Proprio quelli che nessuno vorrebbe incontrare in un vicolo, appunto. Oppure, come in Spagna, i ragazzotti che si fanno i botellones in strada e poi, belli sbronzi, si ritrovano padroni della strada e senza ostacoli. Geniale.

Io non lo so, che voglia di farsi ordinare come vivere gli è presa, alla gente. Come si fa a non capire che un ambiente come quello del centro storico con i suoi locali aperti è un contenitore, per i ragazzi, e non uno spazio fuori controllo? Ma da quando i posti morti sono più sicuri di quelli vivi?

Dice: è che i residenti vogliono dormire. Dico: a parte che io conosco solo residenti incazzatissimi per questa novità, ma mi spieghi che pretesa è andare a vivere in piazza Erbe e poi protestare se c’è casino? Ma se prendi casa vicino a un aeroporto fai fermare gli aerei? Se abiti lungo le rotaie del tram chiedi che i tram si fermino la notte? Sì, ok, c’è casino. E’ la vita: in tutti i posti del mondo ci sono vie e piazze dove c’è casino. Uno lo sa e, se gli risulta impossibile viverci, si organizza diversamente. Eccheccavoli. No: più si è stronzi, rompiscatole, tristi, infelici, biechi e invidiosi dell’altrui allegria, e più si incarna il cittadino medio. Quello a cui i sindaci vogliono piacere, evidentemente. Be’: pure ’sto cittadino medio rincaserà di notte, prima o poi: spero che la becchi lui, la gang di ubriachi da strada o certi tizi orridi che girano, in mezzo al vicolo deserto. Mi pare molto più giusto che li facciano quelli che hanno voluto fare chiudere i locali, certi incontri, piuttosto che li faccia io.

Avvilita, sono. Per la vita e per l’allegria che si perde attorno a casa mia e, soprattutto, per la tranquillità notturna che questo provvedimento mi ha fatto perdere.

Quando mi succederà qualcosa - ed è sicuro, che qualcosa mi succederà: il contrario è impensabile, e vorrei fotografare la mia strada per farlo capire - considererò il sindaco Marta Vincenzi personalmente responsabile, lei e la sua bella pensata. E vorrei tanto - davvero lo vorrei - che l’avvilimento di tutti coloro con cui ne ho parlato arrivasse chiaro e forte a chi magari è lì che si bea, ché non c’è come reprimere per fare credere agli idioti che si sta governando.

P.S.: io poi vorrei capire che discorso è mai, questo. Fare vivere il centro storico di giorno? Ma perché, scusa? Cos’è, morto? A me pare vivo e vegeto, di che diamine  parlano? A meno che, davvero, qui non si vagheggi di fantomatiche “iniziative” (dai, magari farci mettere un grembiulino dalla sindaco che poi provvederà a presentarci l’un l’altro, che ne dite?) che dovrebbero calare dall’alto per fare incontrare di giorno ciò che in stantio sinistrese viene così enumerato:

 ”Il centro storico deve essere un quartiere vivo, dove si trovino giovani famiglie, anziani, studenti e operatori commerciali, artigiani ed artisti. Non può diventare un quartiere di tendenza  per studenti fuori sede e giovani gaudenti. Deserto di giorno e caotico la notte”.

Guarda: la gente, di giorno, lavora. Forse quelli che stilano ’sti proclami non lo fanno, ma gli altri sì. Io, di giorno, vado a scuola. Non posso andare a “trovarmi con i giovani, gli anziani e gli artisti” a piazza Sarzano. Di giorno, in strada, ci sono gli anziani, appunto. E le 3 casalinghe rimaste al mondo che vanno a fare la spesa. Qualcuno li avvisi, questi qua, che non è colpa dei locali se di giorno c’è meno folla che di sera. E’ che è normale. Si lavora, e non in strada.

Ma roba da matti, guarda.

P.P.S.: Comunque, e diciamocelo, è anche colpa di chi non lo voleva, questo provvedimento. Perché in primavera erano apparsi dei cartelli che annunciavano un incontro della Vincenzi con i famigerati “residenti”, ed io avevo letto, avevo storto il naso ed ero passata oltre. Come una cretina. E invece non è così che si fa. Bisognava andarci, all’incontro, e dire ’ste cose là, non qua a disastro compiuto. Mea culpa. E’ che una si fida del buon senso altrui, e invece no. Non si deve. Bisogna difenderlo con più energia, ’sto povero buon senso orfano e mazziato.

P.P.P.S.: metto qui in vista il commento di Linus con il suo sacrosanto suggerimento:

perchè non metti nel testo un linkino alla email del comune di Genova,

redazione@comune.genova.it

(di quelli che aprono direttamente il browser) così il lettore, comodo comodo, scrive una lettera di protesta?

Anche standard, tipo:

Le misure di “sicurezza” che impongono la chiusura dei locali del centro hanno il paradossale effetto di rendere la città meno sicura, come fa notare - bene argomentando - una cittadina di Genova. Ci uniamo alla sua protesta, e chiediamo che la città torni ad essere viva e sicura, di giorno e di notte.

Bisogna iniziare a difendersi, direi.

Linus

Spetteguless

29 August 2008 – 23:06

Un mio amico riceve, per lavoro, una giovane signora che si presenta porgendogli il biglietto da visita e puntualizzando: “Lei mi conoscerà sicuramente, sono la blogger più famosa d’Italia“. E il mio amico, un po’ interdetto: “Veramente io leggo poco i blog… giusto quello di una mia amica, a dire il vero, quindi non saprei…

Non ne rivelerò il nome nemmeno sotto tortura, ovviamente - quello della blogger, dico - però le sono debitrice, oltre che del divertente resoconto fattomi dall’amico perplesso, anche di qualche riflessione sulla prospettiva che si acquisisce stando troppo in rete. Forse dovremmo tutti farci del bene e andare periodicamente a zappare, non so, o a raccogliere pomodori. Qua ci si restringe la visione del mondo, altrimenti.

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[Tzk, tzk, tzk. Qui operiamo un po’ di autocensura, ché confidare nell’autoironia maschile non è mai una bella idea. Facciamo che rimane un segreto tra me e i lettori abituali, questa piccola cancellazione di considerazioni ridanciane…]

Lunedì, intanto, ciò che comincia è la scuola. Ed io, forte dei due corsi appena fatti al Cairo, vorrei proseguire con quel metodo, quei libri e tutto il materiale che mi sono portata - ho svaligiato il Cervantes, praticamente - e non so come farò, ché ai ragazzi è stato detto a giugno quali libri comprare per quest’anno, e non posso arrivare e cambiarglieli, ché i libri costano e non si fa. Mi dispiace parecchio, però. E sono giorni che ci penso e non vedo una soluzione, eppure la devo trovare per forza, ché altrimenti cosa ho lavorato a fare, ad Agosto e dalla mattina alla sera, se non per portare nella nuova scuola le cose che ho tirato fuori da lì? Devo meditare, e velocemente.

(Ehi, Umm Omar: mentre io medito, tu mandami per posta l’indirizzo a cui devo spedire la rivista egiziana che ti ho preso.)

Diamole un nome: casa

29 August 2008 – 03:09

Sono tornata, e ne avevo voglia.

E’ stato un viaggio che ci voleva, è stato importante. Volevo vedere gente a cui voglio bene, e non mi rimarranno molte altre occasioni per farlo: Pepe si trasferisce definitivamente a Istanbul lunedì prossimo, e ci siamo salutati l’altra sera a casa sua, con lui che aveva mille bottiglie da aprire e io che sarei partita la mattina dopo alle 7, erano le 2 di notte e dovevo ancora fare le valigie. “Dai, apriamo il cava?” “A me non ne versare, ho bevuto birra e sake, non ci arrivo all’aereo…

Sono uscita da casa sua con un abbraccio, un cd di musica turca, un invito ad Istanbul e un magone infinito: Pepe è il primo ma, dopo di lui, partono tutti i miei punti di riferimento forti. Entro giugno non mi rimarrà più nessuno, al Cairo. Mi toccherebbe ricominciare dalla Pensione Roma, tornandoci, come in un gigantesco gioco dell’oca che si chiamerebbe “La mia vita”, e non posso. E’ da 13 anni che, se posso, sono lì. Tredici anni. E’ arrivato il momento di provare ad andare altrove.  E mi sono preparata a questo, quindi, salutando persone che ho stampate nel cuore, e posti e sentimenti a cui devo il meglio che sono riuscita a fare di me. Umm el dunia. La madre del mondo. Di tutti noi: tutti messi e rimessi al mondo, in un modo o nell’altro, e le madri si salutano, prima o poi.

Ultima sera, col collega al Sapporo, lo stesso ristorante dove feci la mia ultima cena da residente cairota: “Sono qui da 5 anni”, dice lui. “E’ da 5 anni che amo questo posto, poi lo odio, poi lo amo, poi lo odio… mi sono consumato. Devo andare in un posto dove non mi succeda questo. Meno emozioni da spendere così, non ne posso più. Cinque anni sono tanti, e la mia esperienza qui è conclusa.”

E poi da Pepe, appunto, con le sue bottiglie, la sua casa vuota perché i traslocatori gli stavano imbarcando la vita in direzione Turchia. E c’era persino Miriam, la mia vicina di pianerottolo di un tempo. Flahback: “Ciao, apro una bottiglia di vino e un chorizo, vieni?” “Certo”. E le volte che ero io a portare una torta a lei. E i suoi racconti da archeologa che si immergeva nel porto di Alessandria a recuperare meraviglie e tutti che la guardavano mentre si metteva la muta e scopriva il corpo per un attimo, e la sua incazzatura e la sua passione, e la volta che mi disse che non avrebbe saputo vivere fuori dall’Egitto e che però lo sapeva, che il prezzo era rimanere sola per sempre, sposata al suo lavoro. Miriam, con quei capelli biondi lunghissimi e le caviglie sempre gonfie. Condividere un po’ di anni di pianerottolo, quando lei tornava dai suoi campi di lavoro e io dall’Alto Egitto, e fare circospetti tentativi di amicizia mangiando una la roba dell’altra o bagnandoci le piante a vicenda, e poi addio, fino all’altra sera. C’era anche lei, da Pepe, in questa cerimonia degli addii. Miriam, non me l’aspettavo.

E poi, la più importante di tutti: la colleghina, Julia.

Affetto, tensione, allegria, difese, chiacchiere e litigi, lei che è cresciuta e io che sono invecchiata, lei che mi prende per i capelli quando sto per andarmene troppo in là e io che la vedo spaesata, tesa, con i suoi amici già partiti - anche loro - e tutto da riprogrammare e poi l’ultima sera, che torniamo a casa sua e, prima che io cominci a fare la benedetta valigia, lei scoppia a piangere ed io so solo dirle: “Non perdiamoci…“. E, a partire da lì, di nuovo sul divano a parlare, e a parlare del Cairo: “Devo andarmene, devo chiedere un’aspettativa per poi decidere una nuova sede. Devo avere dei figli e non posso averli qui, con questo inquinamento pazzesco e tutto ciò che sai. Ma come riuscirò ad andarmene? Come faccio, dopo tutto quello che mi ha dato questa città? Umm el dunia. Io ci sono cresciuta, qui. Mi ha dato tutto, il Cairo. Il Cairo, senti come suona questo nome, ti rendi conto? E, sai, la cosa peggiore è il senso di gratititudine: come faccio ad esprimerla, la mia gratitudine per questa città?

Io ci ho messo tre anni, a elaborare il lutto della mia partenza dal Cairo. Pensavo che non sarebbe finito mai. Dall’arrivo - io che inciampo a Milano e mi slogo un piede, io che  litigo con i “compagni” filoarabi parlando di sigarette e mi ritrovo con Miguel Martinez e consorte nemici a vita perché rimpiango la libertà egiziana di fumare al ristorante, e lì mi rendo conto che vanno trattati e assecondati come fossero pazzi, gli italiani con cui dovrò riprendere contatto, ché sennò litigherò col mondo tutto. Io che mi ritrovo in 25 metri quadri di casa a Milano e il posto di lavoro in un istituto professionale pieno di guai in cui devo fare l’assistente sociale e non la prof, e mi ci consumo. Io che mi ritrovo con l’islam italiano sotto al portone del mo palazzo. Ed è un pio islam che non solo è piazzato sotto casa mia ma mi deve pure scopare urgentemente e però è peccato, quindi prima mi deve sposare islamicamente, ché sennò va all’inferno, ed io che ormai non vedo altro che pazzi e dico che ok, come vuoi, visto che pure io ho voglia di sgranocchiare te e potrebbe essere bello, e invece da lì al delirio e a consumarmi da sola per non essere inghiottita e digerita da altri, e le comiche con il travolgente finale dello scandalo mediatico, e il mio preside di Genova che leggeva delle mie prodezze e, ovviamente, domandava alle mie colleghe: “Ma questa nuova prof, ci riesce a lavorare nonostante ’sto casino? E non è che fa propaganda islamica in classe, per caso?” E le colleghe: “Ma no, preside, lavora ed è seria, no che non fa propaganda…” Mamma mia, quanto tempo è passato anche da ’sta cosa. Ed io che infine vado di nuovo al Cairo, come sempre quando ho un attimo libero, e che mi accorgo che mi manca Genova.

Perché è andata così: mi è mancata, Genova.  Avevo voglia di tornare a casa ed ho scoperto che casa mia è Genova; e che sono contenta che sia così.

Marzia: “E’ la prima volta da sempre, che torni in Italia contenta di farlo…” Vero. Genova mi è mancata. Non so cosa ne sarà della mia vita, prima o poi - ho come obiettivo tornare a partire, si sa - ma so che casa mia è qua, ormai. Tre anni, ci ho messo, per smaltire il lutto del Cairo. Tre anni, sono tantissimi. Ma è passata. Mi pare un miracolo, nonché il permesso per una felicità nuova. E’ passata, come passa ogni grande amore. Tre anni, e adesso ho casa mia e so che è a Genova. Va bene, è ciò che mi serviva. E capisco Julia, quando parla di gratitudine per la propria città, visto che io ne faccio indigestione, di gratitudine, dall’Egitto a Zena, e poi penso che sono una tizia felice, io, tutto sommato, e che anche Julia lo sarà: “E’ che tu sei stata felice, al Cairo. E la felicità tende a riprodursi, una volta che ti si è installata dentro. Sarai felice anche fuori di qui.” Inshallah.

E’ stato un viaggio importante. Sono successe tante cose. Solo che io ho più bisogno di andare al mare, adesso, che di scrivere.

La città ha qualche problema

24 August 2008 – 00:56

Davanti a un’insalata, Pepe mi fa: “Ma com’è che i pomodori sono così buoni al ristorante e fanno così orrore quando li compri? Io ieri li ho buttati tutti, i miei, ché avevano i semini verdi e blu…” Ed è che l’inquinamento tocca vette tali da rendere possibile qualsiasi mutazione genetica, in questo paese di 80 milioni di abitanti con una striscetta di terra coltivabile che non basterebbe per un decimo della popolazione e che costeggia un Nilo che ci arriva dopo essersi inquinato lungo 6000 km, in Egitto, e sono 6000 km che attraversano il continente eletto a discarica del primo mondo, come è noto.Ti ritrovi con i pomodori radioattivi, per forza.

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Ti abitui a non pensarci, a cose come l’igiene, la composizione effettiva dei cibi, lo strato di polvere nera che hai in faccia e tra i capelli quando rincasi, ed è un tale miscuglio di sporcizia umana e inquinamento industriale che, se ci pensassi, non vivresti più. Viceversa, poi ti ritrovi spiazzato da delizie e meraviglie e, vabbe’, il paese è così. Mille volte ti ci incazzi e mille volte ti sciogli come un budino, mille volte ti pare un inferno e duemila un paradiso, e passa dalla bruttezza più sordida alla bellezza più mozzafiato. E’ così, lo sappiamo. Ma qui la gente sta male assai, questo è il punto. Sta fisicamente male, ché l’organismo non può sopravvivere in queste condizioni. “Come vuoi che si metta a pensare alle grandi cause, uno che si fa un’ora al giorno di autobus per andare al lavoro e che, solo di fumo che respira, se non ha il cervello e i riflessi in pappa è un miracolo?” No, davvero. Poi magari, un giorno, con l’ultimo residuo di forze faranno la rivoluzione, chennesò. Ma, secondo me, i pomodori coi semini blu li stroncano prima. Non so quanto si possa resistere, chiusi per anni in una bolla di veleno.

Poi attraversi Mohandessin, che fino a 3 anni fa era un quartiere borghese ma senza le pretese di una Zamalek, per dire, e ti ritrovi in un mare di luci al neon e di negozioni occidentali scintillanti, e c’è tutto quello che non esisteva a pagarlo oro, quando io arrivai qui: dalla cosmetica alle marche di abbigliamento passando per le grandi catene di ristoranti e così via. Non la riconosci, Mohandessin. Pare New York. Perché, appunto, nel disastro economico generale i ricchi si arricchiscono. Loro e basta, certo. Intanto l’euro è rincarato di parecchio (e, con lui, le cose che si importano), i prezzi sono aumentati da fare spavento e, per dire, la casa in cui vivevo io costa il doppio di prima, a volerla riprendere adesso. Sui 4000 pounds, se va bene, che sono 500 euro al mese. Io ne pagavo 1700, tre anni fa. E quindi pure gli stranieri si stanno spostando in quartieri sempre più popolari (è il turno di Shubra, adesso, che ha una sua grazia e un suo carattere ma è a un secolo di viaggio dai centri culturali dove si lavora, lontanissimo) ma comunque non sono loro il problema, è ovvio: è che non si capisce come viva la gente di qui, questo è il problema.

Perché un chilo di lenticchie, l’anno scorso, costava un paio di pounds. Adesso ne costa 12. Costano come in Europa, adesso, le lenticchie. E finché rincara la carne, diceva Julia, vabbe’: tanto, il grosso della gente di qui la vedeva comunque una volta ogni tanto, la carne. Ma le lenticchie? Che si mangia, la gente, se la base della sua alimentazione gli diventa più cara che in Spagna guadagnando un decimo di quello che guadagna uno spagnolo?

E siamo passate davanti a un negozio di Max Mara, a Mohandessin. Max Mara. Davvero, mica scherzo. Uno stralusso, da quelle vetrine, che manco a Montenapoleone. Però era Mohandessin, col carretto dei meloni parcheggiato davanti, i babwab con la gallabeya lacera che dormono nei sottoscala degli edifici, le vecchiette impolverate che vendono fazzolettini, i bambini di 7 anni che lavorano e, su tutto questo, Max Mara. E mi si ritorce lo stomaco, a vederla.

Perché almeno, qualche anno fa le cose non c’erano e non c’erano per nessuno. I cosmetici? Non c’erano, pazienza. I bikini? Niet. Il bendiddio europeo al supermercato? Ma figurati. Max Mara? Uaz, uaz, uaz, non farmi ridere. Ma per nessuno, c’erano. Non come adesso.”

La sensazione che ne deriva è brutta, parecchio. Ma la gente manco ci pensa, sembrerebbe, a questo scandaloso squilibrio economico tra i pochi ricchi e la massa di poveri sempre più in miseria. La gente cerca di vivere e di portare a casa la pagnotta, mentre respira fumo e mangia mutazioni genetiche.

E poi, come è noto, il dissenso politico è il capitale su cui campano Fratelli Musulmani e affini e, sempre di più, parlare in termini di capitale, di rendita acquisita, mi pare azzeccato, con buona pace delle antiche speranze mal riposte. Perché - e ormai la tecnica è collaudata - basta inventarsi qualche nuova regola religiosa e sono tutti contenti. Basta pregare e non li noti più, i semini blu nei pomodori.

E quindi vengono fuori stronzate galattiche come quella dei trapianti, che uno la legge e non ci crede e invece è vera, cose da pazzi.  E di chi è l’idea? Dell’Unione Nazionale dei Medici, controllata dai Fratelli Musulmani il cui capo, casualmente, guida anche la commissione parlamentare per la sanità. Perfetto.

No, dico. I medici. Gente con una formazione scientifica, particolare che ne smaschera il cinismo rendendolo ancora più insopportabile di quanto già sia a prima vista.

E pensi che sia un’idea condivisa, pensi che la gente lo desiderasse, che stesse lì a struggersi sulla provenienza religiosa di chi gli poteva un domani donare un organo? Figurati. Queste sono idee che calano dall’alto e su cui, poi, la gente viene catechizzata. Uno manco ci pensa, a una roba simile, finché non ti arriva il capetto dell’organizzazione a riempirti la testa di baggianate sui perfidi copti che ti vogliono rubare un rene, e alè: nel frattempo Al Azhar si sarà opposto alla bella pensata - si spera, almeno - ma il terreno per nuovi problemi basati sul niente è già pronto, bello fertile. Poi, magari, da Max Mara ci va la moglie dell’ideatore di ’ste pensate. Tanto, sotto l’abaya nera, un estraneo non lo indovina di certo, che hai addosso l’equivalente di tutta una sua vita di lavoro sotto forma di camicetta.

E, come è tipico dell’islam ribassato a strumento politico, un’idea simile è orrida per quello che non dice, più che per quello che dice. Perché c’è la scusa ufficiale, quella del “Vogliamo impedire il traffico di organi“. E poi, dietro la scusa ufficiale, c’è la verità sussurrata, il discorso vero (”Un organo copto, schif schif, un pezzo di corpo di cristiano dentro di te, ti immagini?!? “) che si riserva ai già convinti, a quelli che non ti discutono e si bevono tutto ciò che dici. Si chiama “doppio discorso“, e i nostri italiani lo hanno imparato lì, dove vuoi che lo abbiano imparato?

Gli studenti che sto vedendo io, intanto, manco lo sapevano che c’era ’sta novità. Li abbiamo informati noi prof. “No, davvero??? E dove è scritta ’sta notizia?” “Be’, suppongo che sui giornali. Comunque, se non la trovate sulla stampa egiziana, basta andare sulla stampa internazionale, è su tutte le prime pagine.” E ridono di avvilimento, i ragazzi, e ti dicono: “Bene, ci mancava giusto un altro po’ di benzina sul fuoco, non c’erano già abbastanza problemi…” E te lo dicono le ragazze velate così come le musulmane senza velo, e ragazzi che non metterebbero mai in dubbio la loro identità islamica ma che hanno ancora un cervello funzionante, e che il cielo glielo conservi. Te lo dice la gente a cui dovrebbe andare il nostro supporto, ché ’ste cose sono da delinquenti, da assassini di un paese. Peccato che noi ce lo scordiamo, che il Medio Oriente è ancora pieno di gente così, nonostante tutto.

Nonostante noi, anche, che abbiamo deciso - da destra e da sinistra, per motivi uguali e contrari a secondo dei rispettivi sguardi ma comunque perfettamente speculari - che il Medio Oriente interessante è quello di chi si fa venire ’ste pensate, non quello di chi si mette le mani nei capelli quando le sente.

Saggezza partenopea

23 August 2008 – 17:49

Io amo molto gli Squallor e li considero dei saggi. Alla napoletana, certo, ché la saggezza partenopea è sempre un po’ brutale di fondo.

Di conseguenza, ripensando agli slanci ideologici di questa ed altre epoche, non potevano che tornarmi in mente loro: “Mi ha rovinato il 68″, 1988.

Comunicazione di servizio per amici e parenti

23 August 2008 – 01:03

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Si avvisano amici e parenti che qui abbiamo finito da tempo la scheda del cellulare, che non riusciamo a ricaricarla via web e che, tutto sommato, manco ci siamo impegnate troppo.

Il risultato è che questo blog riceve (a volte) gli sms ma non è in grado di rispondere. Quindi non è che mi sia dimenticata del mondo, è solo che registro in silenzio messaggini, saluti e notizie. Poi, mo’ che torno in Italia mi farò viva.

In particolare: Lillo, fammi trovare una casa smagliante ché sennò ti inseguo con un randello. Se occorre, sullo sportello del frigo c’è il numero di una signora delle pulizie. Fanne uso. Amedeo: buonanotte pure a te, baci tanti. Italo: torno, torno. Preparati per un pellegrinaggio all’osteria che sai. Roberta: congratulazioni a mille, ti scrivo appena torno. Ex alunna dell’anno scorso: bacioni, peste bubbonica! Hai fatto i compiti?? :D Vari ed eventuali: tutto bene, lavoro sempre, mi perdo pure le email e le risposte ai commenti, tra un po’ torno.

Ah: per Paola che è al Cairo: io ci sto, per un caffè. Sono a Dokki. Concretizziamo? Per Umm Omar: mi ripeti il nome della rivista? Così te la prendo domani stesso e riesco a non scordarmi, ché la mia è una lotta contro il rimbambimento e non sempre vinco io.

(Ok, fatto. Mi sento efficiente assai, dopo ’sto colpo d’ingegno.)

“Non la sconfiggeremo mai, Israele”

22 August 2008 – 18:57

E’ tutto ciò che ha da dire, la collega esausta dopo avere passato la giornata a fare l’esame di lingua agli ufficiali nel quartiere generale dell’esercito egiziano, qui al Cairo: “Non ce la faremo mai, a sconfiggere Israele…” Per la distanza che c’era tra il luogo in sé (ultramoderno, ipertecnologico, con schermi giganti e meraviglie che suggeriscono marziale efficienza in ogni angolo) e il nonsense delle piccole cose (”Ed è che poi, invece, sono egiziani. Egiziani-egiziani, proprio.”)

E quindi succedono cose del tipo che vengono scortate fino all’aula dell’esame dal capitano assegnato a vegliare su di loro, e il capitano fa partire l’avviso di inizio lezione e, dagli altoparlanti inseriti tra gli schermi giganti, parte la musichetta del Settimo Cavalleggeri e, subito dopo, va e mette un cd di Laura Pausini: “E’ che mi piace tanto, Laura Pausini, e poi si capisce tutto, è facile! Sentite, che si capisce tutto? Su, cantiamo insieme sulle note della Pausini, tutti e tre insieme!

Ed eccole là: le due prof e il capitano egiziano che intonano, tutti assieme: “Sai… innamorati come nooooi… non si arrenderanno maaaaai…” e il capitano, tutto cicciottello e baffuto ed entusiasta che guida l’improvvisato karaoke e loro, obbedienti, dietro: “Siamo una cosa sola nooooi…. è tutto quello che vorreeeeeiii…” e, infine, per rifocillarsi dalle fatiche del canto gli portano un tè, e poi un altro, e poi un altro, e poi un altro, e poi un altro e poi loro che implorano: “No, basta tè, davvero…” e allora gli portano una banana.

E poi hanno fatto le foto, col capitano che insisteva per farle davanti alla finestra nonostante il controluce, ma è che così si vedeva anche il panorama e ci teneva moltissimo a ’sto panorama, ma poi, visto che non venivano bene, si sono trasferiti a fotografarsi nella sala dei quadri, pieni di dipinti di qualche battaglia con gli inglesi e, sopra i dipinti e le loro cornicione dorate, grandi teli di plastica trasparente a coprire il tutto. Ché, in questo polveroso paese, forse non è manco una cattiva idea, coprire di cellophane le pareti che ospitano i quadri. “Ha una faccia da brava persona, ’sto capitano, ma davvero bravo-bravo, sai?” Me lo immagino…

Nella foto, due che non sono ufficiali e manco soldati (sono della Polizia Turistica) e che sicuro che manco le vedranno mai, queste sale con gli schermi giganti e così via, ma che incarnano perfettamente l’idea di marzialità che c’è nel fondo del militare medio, se solo gli si dà modo di esprimerla (credit qui):

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Una arriva e si incendia il Senato

20 August 2008 – 00:23

Battutona del giorno: “Sì, ma quando dicevamo che odiavamo il Parlamento mica ci riferivamo all’edificio…

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Qui parte subito il tamtam telefonico, quando succede qualcosa, quindi ho saputo dell’incendio perché Pepe ha chiamato mentre eravamo a Zamalek e, chiaro, il centro era bloccato ma già sulla 26 Luglio, che passa lì vicino, il casino di macchine e traffico non pareva diverso dal solito. Siamo passati di là verso le 23, diretti all’edificio della scuola italiana, e non mi pare proprio che si notasse, che poco più in là c’era ’sta specie di apocalisse. Il Cairo è pacioso, c’è poco da fare.

Dicevano che si è danneggiata anche un’ala dell’Università Americana. E che non lo riuscivano a spegnere, l’incendio, ché hanno tirato fuori tre elicotteri scassati per farlo e, per quanto il Nilo sia proprio lì accanto, l’acqua che riuscivano a buttare sulle fiamme gli faceva il solletico, all’incendio.

Twitter, comunque, si conferma come il sistema più immediato per avere notizie egiziane in tempo reale. Qui c’è il twitter di Zeinobia, per farsi un’idea, e qui quello di Ircpresident. Foto e video dell’incendio, sui rispettivi blog (1 e 2) e su Youtube, in costante aggornamento.